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30
Giu
09

Recensione Ghost Reveries

Ghost ReveriesPioveva. Era da poco finito l’autunno, le giornate cominciavano ad accorciarsi e a farsi fredde. Correva l’anno 2002 e quel giorno qualcosa nella mia vita cambiò. Ascoltai per la prima volta una album di un gruppo svedese le cui sonorità rintoccavano fragorosamente le campane della mia emotività. Fitte foreste di conifere e neve bianca su alberi alti e mestamente eleganti, imbrattati del sangue di corpulenti vichinghi barbuti intenti a combattere nel nome di Thor e Odino. Questa fu la mia prima visione, una volta che  le note ad una ad una andavano a riempire la mia anima. E a questa se ne aggiunsero altre, tutte l’una diversa dall’altra. Gioia, pace, purezza, leggerezza ma anche rabbia, mistero, dolore, angoscia: queste alcune delle emozioni che gli Opeth suscitarono allora e tutt’ora suscitano in me.

Dopo sette straordinari album, tutti si chiedevano se la vena compositiva del vocalist nonchè primo chitarrista e principale compositore Mikael Akerfeldt sarebbe stata ancora in grado di stupire più di quanto non avesse già fatto. Alla vigilia dell’uscita di Ghost Reveries il dubbio legittimo di molti era se, anche loro come Metallica o altre storiche band, si sarebbero adagiati sugli allori facendo uscire un album banale o comunque privo di quella originalità e unicità che è lecito aspettarsi da musicisti di questo calibro. Ebbene, il risultato è a mio giudizio non solo il migliore lavoro degli Opeth ma anche uno tra i migliori della storia del metallo e della musica tutta. Si, perchè l’ultima fatica del quintetto scandinavo (il tastierista Per Wiberg si è aggiunto ufficialmente alla formazione storica dopo la sua collaborazione in Deliverance e Damnation) può ritenersi la summa della biografia opethiana. Ed è quanto dire. Ritmiche puramente death metal si alternano ad un prog rock anni ’70; stacchi ed intermezzi psichedelici di pinkfloydiana memoria, influenze jazz e blues sconvolgono l’orecchio del più esperto ed esigente ascoltatore. Da Orchid a Damnation, in Ghost Reveries sono presenti tutti e sette i lavori precedenti in un’amalgama coinvolgente e matura senza mai risultare fine a sè stessa. Non solo, Akerfeldt e compagni si inerpicano su terreni da loro mai esplorati, aggiungendo sperimentazioni che però mai si distaccano dal loro habitat naturale. In breve, nonostante per molti aspetti questo album si possa anche definire sperimentale, il sound Opeth è sempre prepotentemente vivo.Opeth

Il growl pieno e senza compromessi di Akerfeldt, un riff compatto e contorto e la doppia cassa di Lopez, aprono le danze degli oltre dieci minuti della prima traccia Ghost of Perdition. Da brividi l’intermezzo di chitarra e voce di Mikael nel suo progredire lento e cadenzato, poi ripreso saggiamente a fine brano e arrangiato come outro. Da antologia invece il riff del ritornello cioè quello in cui viene nominato il fantasma della perdizione; una vera perla di rabbia e carica emotiva. Si passa quindi a Baying of the Hounds e anche qui Akerfeldt alterna un cattivissimo growl ad una voce calda e melodica, come solo lui sa fare. Molto interessante il primo dei due intermezzi sperimentali nella sua atmosfera sottomarina, seguito da un riff incalzante e angosciante sul quale Mikael cadenza il suo magnifico growl. Atmosfere esotiche, quasi da incantatore di serpenti, aprono Beneath the Mire. Magnifica la chitarra floydiana che apre ad un intermezzo ragionato che piano piano progredisce in una spirale di tensione angosciante. Da segnalare anche un outro sperimentale in cui le chitarre svaniscono per lasciare solo il basso, accompagnato da effetti di tastiera. Atonement riprende le atmosfere orientaleggianti della precedente aggiungendo, inoltre, insolite percussioni tribali, eseguite da un sempre straordinario Lopez. Il pezzo va avanti per oltre sei minuti in un viaggio assolutamente nuovo e sperimentale: linee di chitarra pulite, tracce vocali dolci e sensuali, tastiere e atmosfere jazz/fusion. Alcuni dei momenti più esaltanti dell’album li regala la lunghissima Reverie/Harlequin Forest: un magnifico intermezzo acustico, che è il fulcro della canzone, prima rilassa, poi inquieta, per infine consegnare il timone ad una parte finale da brividi, decorata da un riff conclusivo alla Meshuggah maniera, riff di chitarra, batteria spezzatempo e pad sulfurei di Wiberg a coronare il tutto. Mai la scelta del titolo Hours of Wealth fu più azzeccata nei suoi cinque e più minuti di durata: arricchisce lo spirito di chi l’ascolta quasi quanto quello di l’ha scritta ovvero, neanche a dirlo, il poliedrico Mikael. Si avverte da subito una malinconica quanto dolce solitudine ed Akerfeldt è straordinariamente bravo nella scelta della traccia vocale prima e del gilmouriano assolo di chitarra dopo. Si arriva quindi a The Grand Conjuration il brano scelto per il primo video ufficiale degli Opeth. Il riff principale è semplice ma efficace anche se, venendo riproposto in diverse salse per buona parte della canzone, risulta alla lunga essere un po’ troppo ripetitivo. Il lavoro dedicato alle tracce soliste è, comunque, superbo e i riff secondari e d’intermezzo sono una gemma di aggressività conditi, inoltre, da un growling sempre maligno ed efficace. Il brano conclusivo è, a detta di Akerfeldt, la più bella canzone che gli Opeth abbiano mai scritto. Non saprei se sia effettivamente così ma fatto sta che i quasi quattro minuti della comunque magnifica Isolation Years sono un inno di malinconica gioia, un mozzafiato crescendo aacustico e vocale che, per molti aspetti ,richiama il precedente album Damnation.

Nient’altro da aggiungere per un album poco meno che perfetto, sotto tutti i punti di vista.

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